Che cosa sono i crypto-party?

Nel mondo si diffondono le feste di autodifesa informatica, raduni sociali auto-organizzati per imparare a usare insieme la crittografia, i software per l’anonimato e le buone pratiche per ridurre la propria scia digitale online.

Immigrati, giornalisti, Ong: sempre più persone vogliono proteggere i loro dati.

«Quando hai a che fare con comunità marginalizzate, il problema principale non è mai puramente tecnologico, ma consiste nel conquistare la loro fiducia». Così mi diceva, un anno fa, Matt Mitchell, un ex-sviluppatore della Cnn divenuto esperto di autodifesa digitale per gruppi a rischio. Eravamo in una sala dell’Internet Freedom Festival, raduno globale di attivisti per la libertà della Rete e i diritti digitali, a Valencia, in Spagna. Attorno a noi, una quarantina di persone, dai Paesi più diversi, sedute in cerchio, discutevano di come far capire a chiunque che il controllo sui propri dati digitali equivale al potere di gestire la propria vita. E che c’entra poco con il mantra del «tanto non ho nulla da nascondere».

C’era molto Sud del mondo rappresentato in quella stanza, ma non sembrava avere differenze profonde rispetto al Nord. E lo dimostrava bene il caso di Mitchell, un americano di New York che da qualche anno ha lanciato con successo una serie di crypto-party a Harlem, fra le comunità afroamericane.

Raduni di crittografia

Un crypto-party è letteralmente una festa della crittografia. Ora, chiunque abbia intrapreso da zero la configurazione di una casella di posta per spedire messaggi cifrati, sa che c’è ben poco da festeggiare in quei frangenti. Piuttosto, viene da sbattere la testa contro il computer. Così nel 2012 un’attivista australiana, Asher Wolf, preoccupata da una legge del suo Paese che estendeva la raccolta dei dati sulle comunicazioni, si è inventata questi raduni sociali auto-organizzati per imparare a usare insieme la crittografia, i software per l’anonimato, quelli per aggirare la censura, così come le buone pratiche per ridurre la propria scia digitale online – che chissà in futuro come potrebbe essere usata. Ecco dunque nati i crypto-party, che in poco tempo si sono diffusi nel resto del mondo. Perfino Edward Snowden, mesi prima del Datagate, aveva partecipato a uno di questi incontri a Honolulu. «C’erano persone di tutti i tipi ed età, a digiuno di informatica, e anche molti accademici», spiega un ricercatore universitario che è andato mesi fa a un crypto-party tenutosi al King’s College di Londra.

Mitchell ha fatto un passo ulteriore. Ha introdotto questi strumenti fra le comunità nere più politicizzate o marginalizzate di New York, fra gli animalisti, gli attivisti di Black Lives Matter, i latinos. Cioè fra chi rischia più facilmente di essere profilato, se non spiato, solo per le proprie idee o per l’origine etnica. Ma oggi lo scenario, a un anno di distanza, è cambiato ancora. «Ora vedo un enorme interesse da parte di persone che erano abituate a non dover pensare a questo genere di cose. E che adesso sono preoccupate per il futuro», commenta Mitchell, raggiunto di nuovo in questi giorni attraverso un canale di comunicazione cifrato (è ormai l’unico modo per comunicare con lui). «Pure alcune comunità ancora più emarginate, come gli immigrati, che magari avevano paura anche solo ad avvicinarsi a questo genere di eventi, si stanno facendo avanti».

Guide e video con Trump

Non c’è solo interesse per i crypto-party. La nuova amministrazione americana, e alcuni suoi controversi provvedimenti, hanno avuto come conseguenza una moltiplicazione di guide online e articoli su come proteggere i propri dati, apparecchi, account sui social, in contesti diversi, come ad esempio la partecipazione a una manifestazione o un viaggio. Fioccano anche le guide dettagliate per aprire profili Twitter anonimi, chiaramente indirizzate a una nuova categoria di utenti: dipendenti governativi statunitensi e scienziati di agenzie statali.

Ong nel mirino

Il fronte variegato degli attivisti digitali parla infatti sempre meno di privacy e sempre più di sicurezza, facendo intendere che non esisterebbe una contrapposizione fra le due cose. Tanto che nei mesi scorsi è nata anche un’iniziativa come Sicurezza Senza Frontiere (Security Without Borders): si tratta di un gruppo di ricercatori internazionali che si è messo a disposizione di giornalisti o attivisti che pensino di essere stati bersaglio di attacchi informatici. «Finora ci hanno contattato soprattutto organizzazioni, dai Paesi più diversi», riferisce un portavoce. «Ong che si occupano di rifugiati, gruppi di giornalismo investigativo, progetti che documentano l’abuso di diritti umani». Del resto, poche settimane fa, un rapporto del Citizen Lab (università di Toronto) ha mostrato come in Messico perfino scienziati e sostenitori di una tassa sulle bevande zuccherate (pensata per contrastare l’obesità) fossero stati presi di mira con degli spyware, dei software spia. Non è chiaro chi fossero gli aggressori.

Il fronte anti censura

Tanti infine gli attivisti che lavorano al contrasto della censura, che sta prendendo forme diverse. Non più monolitica, ma granulare, mirata, temporanea. Per cui va tracciata allo stesso modo, magari con una app che trasforma gli utenti in sonde distribuite per rilevare filtri e blocchi, come Ooniprobe, sviluppata fa gli altri dall’italiano Arturo Filastò. “Sul tema della sorveglianza statale negli ultimi 3 anni abbiamo fatto molti passi in avanti, almeno per quanto riguarda la sensibilizzazione dell’opinione pubblica”, commenta Filastò. “Ora dovremmo forse lavorare di più su un aspetto importante e trascurato: la sorveglianza da parte di enti privati e aziende”. Intesa anche in senso lato, come raccolta, profilazione e rivendita dei nostri dati.

Fonte: La Stampa | di Carola Frediani

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