«L’anonimato in Rete aiuta le persone a esprimersi liberamente». Lo ha dichiarato l’acting general counsel di Twitter Sean Edgett al Senato Usa. Una risposta anche ai sempre più frequenti auspici dell’utilizzo di identità reali sulle piattaforme per arginare la proliferazione di bot, troll, cyberbullismo, fake news o propaganda. Dal principe William, «l’anonimato è molto molto pericoloso», a Kevin Kelly, fra i maggiori teorici di Internet, secondo cui Facebook dovrebbe imporre un’identificazione certa ai suoi iscritti. In gioco c’è, o sembra esserci, il futuro della Rete: il fondatore di Twitter Evan Williams e uno dei padri di Internet, Tim Berners-Lee, sono solo due fra le personalità di spicco del settore ad aver manifestato preoccupazione e sentenziato, il secondo, che «Internet è rotta». Una delle soluzioni è l’addio agli pseudonimi e al tentativo — ammesso che sia applicabile — di rendersi irrintracciabili, e di conseguenza alla tutela di whistleblower o dissidenti?
In realtà la «verifica al 100 per 100», auspicata da Kelly, potrebbe essere ridondante in un contesto in cui i nickname non proteggono chi sia chiamato a rispondere legalmente di un abuso. E, soprattutto, in cui i concetti di identità e dati anonimi sembrano ormai superati per l’utente comune. La conferma risiede nel nuovo Regolamento europeo per la protezione dei dati (Gdpr), applicabile dal maggio del 2018: nei considerando introduttivi si parla di pseudonimizzazione per «destrutturare la informazioni relative a un individuo in modo da rendere meno probabile l’applicazione di una procedura secondo la quale si riesca a individuarlo in modo inequivocabile», spiega l’esperto di informatica forense Riccardo Meggiato.
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