Se gli algoritmi di Facebook fossero dei dirigenti aziendali, l’opinione pubblica chiederebbe le loro teste su un piatto dopo le rivelazioni delle ultime settimane.
Innanzitutto, la società ha ammesso un “fallimento” quando il suo algoritmo pubblicitario ha catalogato e permesso di raggiungere gli utenti antisemiti.
Poi il patron Mark Zuckerberg è finito al centro dello scandalo sugli annunci pubblicitari acquistati da gruppi con collegamenti al Cremlino durante la campagna elettorale americana.
Si può a ragione parlare di un pessima gestione, peccato non si possa licenziare l’algoritmo che, tra parentesi, stava facendo esattamente solo quello che gli era stato impartito.
“Gli algoritmi funzionano esattamente come sono stati progettati per funzionare”, dice Siva Vaidhyanathan, professore presso l’Università di Virginia.
Questo è proprio il punto che rende questa problematica estremamente difficile da risolvere, portando alla luce una contraddizione che è un colpo al cuore per il core business della più grande rete sociale del mondo.
Facebook non ha creato un enorme servizio pubblicitario grazie a contratti con grandi aziende.
No, il suo successo sta nei piccoli numeri, si fa per dire, e nelle persone comuni. Il fiorista che vuole spendere un po’ per attirare gli adolescenti locali prima dell’inizio della scuola, o un idraulico che si è appena trasferito in una nuova area e ha bisogno di far partire il suo lavoro.
Il profitto enorme di Facebook - 3.9 miliardi di dollari tra aprile e giugno di quest’anno - è dovuto proprio a questo processo automatizzato. Scopre cosa piace agli utenti, trova gli inserzionisti che vogliono raggiungere quegli interessi, unisce i due e prende i soldi. Non ha bisogno di nessun lavoratore.
Ma purtroppo, proprio questa mancanza ha aperto le porte agli abusi.
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