Il signor Carlo Licata, residente a Chicago, si è iscritto a Facebook nel 2009, così come altri 390 milioni di altri utenti avevano già fatto all’epoca; come altre centinaia di milioni di persone. Licata ha pubblicato le sue foto, e quelle dei suoi amici, sul social network taggando i volti.
Ciò che Licata, oggi 34enne, non sapeva è che ogni volta che veniva taggato, Facebook conservava il suo volto - digitalizzato - nel suo database.
Quando ha scoperto questa pratica, nel 2015, Licata ha fatto causa a Facebook partecipando ad una class action depositata in un tribunale dell’Illinois; il gruppo di utenti accusail colosso dei social media di violare una legge dello stato che proibisce la raccolta di dati biometrici senza il permesso e il consenso degli utenti. La causa è in corso.
Facebook nega le accuse, sostenendo che, per ragioni non chiare, la legge non applica al proprio caso. Ma dietro le quinte, il gigante social sta lavorando in modo febbrile per impedire agli altri Stati di emanare una legge modellata su quella dell’Illinois.
Dal momento in cui la causa è stata presentata, Facebook ha intensificato il suo stato di lobbying, secondo quanto dimostrano i record delle spese e le interviste con i legislatori.
Leggi l’articolo originale: Saving face: Facebook wants access without limits
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