La blockchain è caratterizzata da un’evidente incertezza giuridica, determinata dalla potenziale (e, per ora, irrisolta) conflittualità con la normativa comunitaria sulla protezione dei dati personali.
Sin dagli anni ’90, si sono registrati numerosi tentativi di ovviare al problema della c.d. centralizzazione di internet, fondati principalmente sulla rete “peer to peer” e sulla crittografia: a tal proposito, si ricorda, in modo particolare, il Movimento americano Cypherpunk, fondato sull’impegno dei relativi attivisti di difendere la privacy di ciascuno, mediante l’utilizzo di sistemi anonimi di invio di e-mail, di firme digitali, di monete elettroniche, oltre che della crittografia.
Da queste significative – sebbene embrionali – sperimentazioni, prese vita, in concomitanza con l’esplosione della crisi finanziaria globale del 2007/2008, l’attualizzazione, all’interno del white paper a firma di Satoshi Nakamoto, della blockchain[1], ossia una tecnologia in grado, a prima vista, di far intrattenere rapporti a distanza tra soggetti tra loro sconosciuti, senza il bisogno di una terza parte garante.
Com’è noto, essa è un database che fonde, al suo interno, tecnologie preesistenti, quali i sistemi distribuiti e la crittografia asimmetrica: il sistema distribuito consente che le informazioni vengano replicate, in posizione di parità, all’interno di una serie di computer (cd. nodi) ponendosi, dunque, in alternativa al (classico) modello “client-server” ove le stesse transitano da un unico centro e si diramano mediante i downloads dei clienti; per altro verso, la crittografia[2] asimmetrica permette che le informazioni, ivi inserite, possano essere decriptate soltanto dal soggetto possessore della relativa chiave cd. privata….
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