Uno studio sulla protezione dei dati analizza il rapporto fra la tecnologia blockchain e il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati.
Correva l’anno 2007, quando l’Estonia fu vittima di un attacco informatico su larga scala senza precedenti nel Paese. Imponenti ondate di spam, inviate tramite botnets e massicci flussi di richieste automatiche, mandarono in tilt i servers. L’erogazione dei servizi da parte degli istituti bancari venne paralizzata e le comunicazioni fra gli uffici pubblici interrotte, così come anche le trasmissioni radiotelevisive e gli aggiornamenti online delle testate giornalistiche.
Un cyber-attack in piena regola, che però finì per trasformare l’Estonia in uno dei Paesi più evoluti nel campo dell’e-government e della protezione dei dati.
Lo scopo di questo paper è quello di analizzare, a partire dall’esempio estone, il controverso rapporto fra la tecnologia blockchain ed il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati.
Il tema è di grandissima attualità, anche in considerazione delle recenti iniziative in materia assunte del Governo italiano, come la nomina, da parte del Ministero per lo Sviluppo Economico, di trenta esperti di blockchain e intelligenza artificiale, incaricati di sviluppare una strategia a livello nazionale che incentivi il proficuo utilizzo di queste tecnologie nel settore pubblico e privato.
Per valutare l’impatto del GDPR sull’utilizzo della blockchain, risulta imprescindibile fornire alcuni cenni tecnici sul suo funzionamento. Si è scelto di farlo utilizzando un lessico semplificato al fine di garantirne la massima accessibilità, nonché per mantenere il focus sugli aspetti prettamente giuridici del tema.
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