Tuteliamo i nostri bambini esposti ai rischi del digitale

Siamo tenuti come genitori a tutelare i nostri bambini a non esporli ai rischi del digitale. Perché li si derubiamo della capacità di scegliere quando e come inaugurare il loro ingresso nel mondo digitale?

 

La rubrica Bambinidigitali, a cura della dott.ssa Barbara Volpi – Psicologa, Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, PhD in Psicologia Dinamica e Clinica Sapienza di Roma – ha l’obiettivo di analizzare i rischi e i pericoli che corrono i minori in rete.

 

Il bambino vuole essere pensato e prima ancora di essere compreso, anela ad essere nella mente del genitore. Se mi pensi, allora si che puoi ascoltarmi, puoi vedermi e puoi comprendermi.

Daniel Stern, con la sua abilissima capacità di creare nessi causali tra teoria e prassi operativa, questo desiderio infantile lo aveva captato bene, sforzandosi di fare un salto empiricamente interpretativo nel mettersi nei panni del bambino Joe (Stern, 1999), bambino rappresentativo dei tanti bambini osservati sui quali aveva tanto riflettuto e meditato prima di inaugurare la transizione fantasmatica da bambino immaginario a bambino reale, primo step di acquisizione della traiettoria di sviluppo della genitorialità.

Oggi dopo ormai sette anni dalla sua scomparsa quel bambino immaginario si è fatto carico di tanti vissuti immaginativi che sotto forma di like, commenti, post, suggellano prima ancora che venga alla luce la sua traiettoria di sviluppo andando ad espandere quella bolla d’intimità che la coppia coniugale deve sapere proteggere per permettere la nascita della coppia genitoriale, nel nuovo noi familiare che suggella l’inizio di una nuova vita.

Forme Vitali (Stern, 2010) che si sono trasformate con l’avvento del web, in cui già a partire dalla prima ecografia vengono messe nello spazio digitale, foto del piccolo che cresce che si sviluppa alla quale vengono attribuiti rappresentazione e contenuti fantasmatici non solo di coloro che si apprestano ad accoglierlo con calore e sorrisi, ma anche dalla pleura di partenti, amici, conoscenti che nei commenti attribuiscono identità digitali prima di toccare con mano identità reali.

Nella stanza di ogni bambino ci rammendano Selma Fraiberg e colleghi (1975) ci sono fantasmi del passato dei genitori, ospiti inattesi che provengono da altre scene visitate in un tempo passato da attori diversi e che vengono sedimentati sul bambino che diventa il depositario inconsapevole di proiezioni e vissuti del passato dei genitori. Sappiamo che la psicoterapia genitore-bambino nasce da qui, dal grido del bambino che rompe con la messa in atto del disagio, uno schema disfunzionale che si ripete e che disturba la sua traiettoria di sviluppo.

Che succede se nel web questo bambino si carica di aspettative, commenti, vissuti che se non prendono la forma di fantasia influenzano i genitori nelle aspettative, nelle attese, in circuito dopaminergici che fanno delle sue foto, della sua identità un veicolo di gratificazione e ricompensa che bypassa l’appropriazione della sua identità.

Forme Vitali che si delineano prima di nascere e che nel web rimarranno presenti per sempre anche quando da grande quel bambino presentato al mondo sarà in grado di capire che prima ancora di essere pensato, visto e compreso è stato mostrato e violato così nella sua identità.

La memoria di silicio non perdona e ci porta indietro anche quando indietro non si vorrebbe vedere. Siamo tenuti come genitori a tutelare in nostri bambini a non esporli a rischi, verità lapalissiana, che ancora troppo frequentemente non viene considerata e nel fare tecnologico, anche compulsivo,  prima e dopo della nascita sul bambino (ecografie, parti, primi bagnetti che vengono pubblicati nelle pagine Facebook) si inaugura una traiettoria di sviluppo digitale che non tiene conto del bisogno del bambino di essere tutelato e protetto e lo si deruba della capacità di scegliere quando e come inaugurare il suo ingresso nel mondo digitale.

 

Non possiamo parlare di prevenzione se non attuiamo comportamenti e buone prassi di un’educazione digitale (Volpi, 2017) che ad oggi, nonostante le innumerevole evidenze scientifiche degli effetti deleteri sullo sviluppo di un uso inconsapevole ed adeguato del web (Greenfield 2015), stenta ancora ad essere riconosciuta e considerata come tale.

 

Fonte: Key4biz | di Barbara Volpi

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