Chi raccoglie e vende (senza dirci nulla) i nostri dati personali

L’editoriale di Raffaele Barberio, Presidente di Privacy Italia sul fenomeno della compravendita dei dati. Si tratta di un fenomeno nato negli Usa per esigenze di marketing, di prevenzione delle frodi e di affidabilità del credito.

La vicenda Facebook/Cambridge Analytica che nelle ultime due settimane ha imperversato sui media di tutto il mondo, ha posto all’attenzione del mondo intero il problema dei nostri dati sui social e della raccolta indiscriminata che se ne fa a fini di sfruttamento commerciale o politico.

I dati personali sono, come è noto, il motore dell’economia digitale. Sono raccolti e rivenduti all’ingrosso o al dettaglio, in forma aggregata o in forma personalizzata e tarata sul singolo individuo.

Il mercato di riferimento è servito da un esercito di società che in tutto il mondo raccolgono, organizzano e confezionano i dati relativi alle nostre consultazioni dei siti internet, agli acquisti di ogni genere che effettuiamo, alle relazioni sui social, alle nostre proprietà, ai processi giudiziari cui siamo stati eventualmente sottoposti, al nostro stato civile, ai figli, alla fascia di reddito, alle preferenze politiche, religiose, sessuali e tanto altro.

Queste società registrano tutto ciò che facciamo, prendendo nota e organizzando le tracce che lasciamo dietro di noi, dal momento che ormai quasi tutte le attività sono online. Perché fanno questo e perché ciò che fanno vale tanto?

Perché i dati raccolti su ciascuno di noi possono rilevare anche gli aspetti più nascosti della nostra personalità, cose che non confideremmo neanche a un familiare, e tutti questi dati vengono raccolti da mani estranee (a nostra insaputa) e combinate con altre migliaia di dati che ci riguardano e che ricostruiscono la nostra personalità.

Naturalmente, la semplice raccolta di questa immensa mole di dati non è sufficiente. È come estrarre il petrolio grezzo. E il petrolio ha bisogno di ulteriore trattamento per diventare benzina e far aumentare significativamente il proprio valore di mercato.

Così è per i dati. Devono essere trattati con attività di Analytics, per essere organizzati e ottimizzati per dare luogo a profili emotivi e comportamentali quanto più possibile affidabili in base ai dati raccolti. Essi sono trattati da software di intelligenza artificiale, che valorizza ogni aspetto del materiale raccolto, collocandolo in un contesto coerente.

Quando poi quelle elaborazione effettuate da software di intelligenza artificiale vengono coniugate con le applicazioni di Machine Learning, ovvero di software che apprendono altre funzioni di calcolo mentre effettuano quelle per cui sono state programmate, allora chi è interessato a voi (perché ha raccolto i vostri dati o li ha acquistati) potrà avere anche delle previsioni comportamentali sulle vostre attitudini future. Il che allarma e non poco.

Del resto, lasciar tracce è inevitabile, il problema nasce proprio quando qualcuno annota ogni dettaglio della nostra vita e ne vende i contenuti a terzi, a nostra insaputa ovvero senza neanche informarci dell’uso che si farà di quelle informazioni che ci riguardano.

Per continuare a leggere l’articolo clicca qui

Fonte: Huffington Post.it | di Raffaele Barberio

© 2017-2018 Associazione Privacy Italia - C.F. 91039930192 - P. Iva 01685370197 - Informativa Privacy

Con il sostegno di:

Fondazione di Sardegna Fondazione Cariplo
Positive SSL