Privacy e concorrenza, Amazon nel mirino dalle principali Authority mondiali

C’è un nuovo Grande Indiziato da parte delle Autorità antitrust e dei Garanti della privacy di tutto il mondo. E il suo nome è Amazon.

Dopo anni nei quali a finire sotto la lente delle authority — europee, in primis: e poi statunitensi — sono stati Google (tre sanzioni in tre anni, solo dalla Commissione Ue) e Facebook (la cui reputazione è stata talmente colpita nel corso del suo biennio horribilis, il 2017-2018, da spingere il suo fondatore ad annunciare una rivoluzione nel modello di business dell’azienda), l’attenzione inizia a concentrarsi anche sulla società fondata da Jeff Bezos. E la causa è anzitutto nel sempre più vasto scollamento tra quello che per tutti è Amazon — il marchio che ha reso gli acquisti online una pratica naturale, e ubiqua — e quello che davvero è Amazon: un’azienda quasi impossibile da evitare. Per chiunque si muova online, ma anche fuori dal mondo della Rete.

Un’esagerazione? No: e basta dare un’occhiata all’ampiezza dell’impero con il rassicurante logo del sorriso. Ci sono gli acquisti online, certo: dove Amazon veste la molteplice veste di negozio, negoziante e postino. C’è il mondo della pubblicità online, affamata della profilazione garantita dal gigante di Bezos, e che per Amazon vale 2,7 miliardi di dollari, secondo i conti del primo trimestre 2019, con una crescita del 36% rispetto all’anno precedente (negli ultimi trimestri 2018 era andata ben oltre il 100 per cento e sta iniziando a dare fastidio a Google e Facebook, che fino a qualche anno fa si spartivano il mercato). Ma c’è molto, molto di più: Amazon è il più grande provider di servizi in cloud al mondo, tramite Amazon Web Services, vero motore di ricavi dell’azienda (qui lo scontro è con Microsoft e, ancora, Google). E se la dizione «servizi in cloud» vi sembrasse generica, pensate che ogni volta che guardate un film su Netflix, o usate l’app di messaggistica Slack, lo state facendo sui server di Amazon.

L’azienda di Bezos sta dietro l’assistente vocale Alexa e gli smart speakerEcho (leader mondiali e «in guerra» con Apple e, ancora, Google). Ha dato vita a marchi di abiti; produce film e show tv e li distribuisce con la sua tv (sulla quale decide quali contenuti dei concorrenti ospitare o meno, esattamente come fanno i rivali, obbligando i consumatori a dotarsi di più dispositivi e servizi); pubblica libri (che offre sui suoi ereader, i Kindle) e podcast; offre tecnologie per il riconoscimento facciale; è leader mondiale di videogame in streaming; possiede negozi fisici, catene di supermercati, centrali elettriche. Amazon dà lavoro a oltre 600 mila persone: più del doppio di Google, Facebook e Microsoft messe insieme.

Il punto, per dirla con le parole di Christopher Mims del Wall Street Journal, è che le dimensioni di Amazon sono un problema per la stessa Amazon. E le spine — almeno dal punto di vista regolatorio — sono di tre tipi, come spiega Giovanni Pitruzzella, ex garante per la Concorrenza del mercato in Italia dal 2011 al 2018. «Ci sono anzitutto rischi di abuso di posizione dominante, per i quali ad esempio l’autorità italiana ha aperto un’istruttoria su Amazon poche settimane fa», dice al Corriere. «C’è poi il tema dell’uso dei dati, sia sotto il profilo della concorrenza, sia sotto quello della privacy. E infine c’è quello delle clausole contrattuali, di fronte alle quali i consumatori potrebbero trovarsi in condizione di impotenza».

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Fonte: Corriere.it | di Davide Casati e Martina Pennisi

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