Pericolo per la privacy: App Economy

I limiti e i rischi di un sistema commerciale in cui le condizioni generali di contratto, unilateralmente stabilite dalle aziende del digitale, finiscono con il definire il perimetro dei diritti e delle libertà. 

 

Al direttore – L’“App economy” è uno dei settori del sistema economico attuale in maggiore espansione, che oggi impiega 1,8 milioni di persone solo in Europa e il cui valore, in termini di fatturato, si stima cresca esponenzialmente nei prossimi anni. Ma possiamo considerare l’espressione “app economy” anche come una delle più appropriate definizioni dell’economia digitale, in cui una parte significativa degli scambi commerciali è veicolata attraverso applicazioni scaricate dai consumatori, per i fini più vari, su smartphone, tablet ecc. Nella maggior parte dei casi, le app forniscono servizi gratuitamente o, meglio, richiedendo un corrispettivo non patrimoniale: i dati. Essi sono utilizzati per costruire profili di consumatori utili a indirizzare efficacemente l’attività di marketing e rappresentano, quindi, tanto un bene rilevante dal punto di vista economico, quanto l’oggetto di un diritto fondamentale. All’interno delle innumerevoli tipologie di applicazioni offerte dal mercato digitale, proliferano recentemente quelle che consentono di ottenere informazioni sull’intestazione dei numeri digitati, attingendo a una banca dati alimentata dagli utenti stessi, che vi inseriscono i contatti della propria rubrica. Si pensi, ad esempio, a Sync.Me.
Il funzionamento di queste applicazioni – i fornitori delle quali sono stabiliti spesso in Paesi extraeuropei – suscita riflessioni interessanti, tanto sul caso singolo quanto di sistema. Per quanto riguarda i profili privacy, vorrei segnalare una serie di criticità. Anzitutto, rispetto ai limiti del consenso. Anche ipotizzando che esso sia effettivamente acquisito, ci si deve chiedere se sia realmente informato e dunque se l’utente abbia effettiva consapevolezza dell’uso che dei dati conferiti sarà fatto. In assenza di un’informativa adeguata, infatti, il consenso stesso non potrebbe ritenersi validamente prestato, con le conseguenze che ne derivano in termini sanzionatori e di inutilizzabilità delle informazioni così acquisite. E se tutto questo riguarda i limiti del consenso dell’utente al trattamento dei propri dati, ulteriori criticità solleva il tema della cessione dei contatti della rubrica. Di questi l’utente non può validamente disporre – cedendoli a un fornitore che li utilizzerà in un contesto commerciale – in assenza del consenso del terzo. Questa circostanza evidenzia i limiti e i rischi di un sistema commerciale in cui le condizioni generali di contratto, unilateralmente stabilite dalle aziende del digitale (o dai big tech con innumerevoli “terze parti”), finiscono con il definire il perimetro dei diritti e delle libertà. Ed evidenzia come – spesso inconsapevolmente – gli stessi utenti si rendano vittime e ad un tempo autori di illeciti, lasciando che non soltanto i propri dati, ma anche quelli di terzi, siano utilizzati come merce preziosa (ma a costo zero) da parte delle aziende del digitale.

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Fonte: Il Foglio | di Antonello Soro

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