L’Europa contro le big tech, come Bruxelles indica la via agli Usa sulla privacy

Non succede così di frequente che l’Economist, pilastro liberal dei settimanali anglosassoni, elogi l’Europa e soprattutto la Ue. Gli ultimi strappi alla regola nascono dallo stesso motivo: la capacità di Bruxelles di fissare qualche paletto allo strapotere delle multinazionali del tech statunitensi, a partire da pesi massimi come Google, Facebook e Apple.

Fra le principali eredità dell’ultima legislatura europea (2014-2019) c’è quella di aver creato le basi di un quadro normativo pionieristico per l’economia del Web. Una conquista che segna la differenza europea rispetto ai due concorrenti incalzano la Ue, Stati Uniti e Cina, tra l’altro nel vivo delle loro tensioni sul caso Huawei e la scelta di Google di sospendere la licenza di Android al colosso cinese.

Sullo sfondo c’è il disegno di un Digital single market, il progetto di un mercato unico digitale annunciato dalla Commissione europea nel 2015 e incardinato sui tre pilastri di accesso (migliorare disponibilità e fruizione di beni digitali), ambiente (creare un contesto favorevole all a nascita di business online) ed economia (potenziare la crescita dell’economia digitale). L’obiettivo di lungo termine è generare un ritorno da 415 miliardi di euro l’anno, capitalizzando l’evoluzione digitale della Ue. Nell’attesa Bruxelles ha anche messo sotto chiave risultati che permettono di vantare qualche precedente storico nella regolamentazione dei colossi tecnologici, ribadendo il primato di concorrenza e privacy dei cittadini Ue sul «far west» dell’economia digitale.

Le conquiste Ue, dal roaming al Gdpr
Se si parla solo del mercato unico digitale, il quinquennio in scadenza ha registrato dei passi in avanti verso lo sviluppo di una zona di scambio che riproduca sul Web l’assenza di barriere raggiunta su quello fisico. Tra il 2014 e il 2019 sono arrivati la fine delle tariffe sul roaming (i sovraprezzi per l’utilizzo del proprio cellulare all’estero, aboliti definitivamente il 15 giugno 2017), un impianto legislativo ad hoc per la protezione dei dati dei cittadini (il general data protection regulation, il regolamento approvato nel 2016 e diventato applicativo dallo scorso 25 maggio) e la rimozione del geo-blocking: l’insieme di barriere e restrizioni imposte dai venditori online ai clienti che vivono o decidono di fare acquisti all’estero, in precedenza penalizzati da filtri e rincari a seconda della nazionalità. Senza dimenticare la cosiddetta riforma del copyright, una direttiva sul diritto d’autore che dovrebbe imporre ai colossi digitali come Google o YouTube di remunerare i contenuti veicolati dai propri algoritmi. L’incidenza della Ue nella nostra vita digitale, però, si è fatta sentire anche per via indiretta, con la sequela di multe e inchieste che ha costretto i giganti statunitensi ad adattarsi (o, almeno, confrontarsi) con le regole europee. Un fronte aperto fra Bruxelles e gli Stati Uniti che si identifica soprattutto con l’operato di Margrethe Vestager, la commissaria alla concorrenza che si è trasformata in una spina nel fianco per i grandi gruppi tecnologici al di là dell’Atlantico.

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