In cosa consiste effettivamente il diritto all’oblio?

Il quesito di oggi ci giunge da Viviana. Al quesito risponde la Dott.ssa Francesca Zuccari, DPO di MBS

Quesito

In cosa consiste effettivamente il diritto all’oblio? Inoltre, potreste spiegarmi come si concilia tale diritto con il diritto di tutti ad essere correttamente e completamente informati?

Viviana, Roma

Risposta

Gentile Viviana, il diritto all’oblio è un diritto di creazione prettamente giurisprudenziale.

Esso è stato successivamente disciplinato dall’art. 17 del GDPR (Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali), che introduce espressamente il diritto alla cancellazione dei propri dati. In sintesi, il diritto all’oblio è il diritto di ciascun soggetto ad essere “dimenticato”. Per quanto riguarda l’oggetto della questione, la giurisprudenza unanime ammette che ciò che tutela il diritto all’oblio è la reputazione e riservatezza dell’interessato (Cass. Civ., n. 13161/16).

Di conseguenza, ogni contenuto lesivo dei predetti diritti può comportare la rimozione e cancellazione di notizie o contenuti, anche multimediali, ritenuti offensivi della reputazione dell’individuo. Ciò considerato, il diritto all’oblio consiste nel non vedere continuamente riproposte, dai mezzi di comunicazione, notizie (per esempio un fatto di cronaca o qualche precedente con la giustizia) riferite alla propria persona che, per via del trascorrere del tempo, hanno perso i caratteri dell’interesse pubblico e dell’utilità sociale.

Vale la pena di precisare che, nella costante giurisprudenza della Suprema Corte, il diritto all’oblio non corrisponde al diritto alla rimozione dalla pubblica circolazione di notizie scomode o sgradite, al fine di “ripulire” la propria reputazione, ma semplicemente quello di salvaguardare la propria identità personale in rete, ottenendo l’aggiornamento di notizie che, seppure originariamente corrette, in relazione al trascorrere del tempo o al ruolo ricoperto nella vita pubblica dell’interessato, possono risultare lesive per la sua reputazione.

Fra le pronunce più interessanti degli ultimi anni si ricorda la sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (sentenza del 22 luglio 2019, n. 19681), la quale ha ritenuto che “in tema di rapporti tra il diritto alla riservatezza e il diritto alla rievocazione storica di fatti e vicende concernenti eventi del passato, il giudice di merito, ferma restando la libertà della scelta editoriale in ordine a tale rievocazione, che è espressione della libertà di stampa e di informazione protetta e garantita dall’art. 21 Cost., ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti.

La giurisprudenza mostra, infatti, la difficoltà di bilanciare adeguatamente i diritti della personalità, fra cui quello ad essere dimenticati, e il diritto di tutti ad essere correttamente e completamente informati. Il diritto individuale a non essere più ricordati dall’opinione pubblica, in relazione a vicende trascorse da tempo, o almeno ad essere ricordati in modo aderente alle circostanze presenti e non più solo a quelle passate, è costantemente posto in relazione con il diritto di cronaca giornalistica e il diritto dell’intera società a ricevere le informazioni. In conclusione, tale menzione deve ritenersi lecita solo nell’ipotesi in cui si riferisca a personaggi che attraggano, nel momento presente, l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà che per il ruolo pubblico rivestito; in caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che possano ledere la dignità e l’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva.

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