Data mining ed elezioni politiche: quanto sono prevedibili le nostre scelte?

Sono in molti a chiedersi se Donald Trump sia diventato presidente perché ha usufruito dei servizi di Cambridge Analytica, un’azienda di consulenza politica che utilizza big data e micro-targeting. Alcuni dicono di sì, molti dicono no. Di sicuro sappiamo che i nostri dati sono una merce di scambio utilizzata per la creazione di messaggi commerciali e politici sempre più personalizzati; per affinare i messaggi si utilizzano dati e  metadati, raccolti e utilizzati senza la nostra consapevolezza e senza il nostro consenso.

Non c’è dubbio che una quantità di informazione abbastanza significativa sulle abitudini personali di un individuo può, se utilizzata abilmente, provocare cambiamenti nel comportamento, almeno in parte. E se consideriamo che le elezioni (come Trump-Clinton, Leave-Stay, fra le altre) si giocano spesso sul filo di piccole percentuali, quella piccola variazione nei comportamenti degli individui può essere determinate per cambiare il destino di interi paesi.
Per quanto ci piace pensare di essere in grado di prendere decisioni impossibili da prevedere, ognuno di noi è una creatura di abitudine, che segue routine e modelli. In breve, è abbastanza facile conoscere attività, preferenze, abitudini e relazioni solo sfogliando la nostra impronta digitale, la storia delle navigazioni, o i dati di localizzazione. Informazioni molto utili per società di marketing, broker di dati o, appunto, società che si occupano di strategia durante le campagne elettorali che cercano di capire e prevedere il nostro voto. I nostri dati personali sono un’arma nelle mani di chi cerca profitto e potere politico.

Fonte: EDRI | di Guest author

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