Caso Cambridge Analytica. Ed ora cosa resta del web?

L’intervista a Hossein Derakhshan, collaboratore presso la Harvard Kennedy School’s Shorenstein Center e ricercatore associato al MIT Media Lab, riguardo la trasformazione che internet sta attraversando in occasione della conferenza internazionale State of the Net, che si è svolta a Trieste il 14 e 15 giugno scorsi.

Il caso Cambridge Analytica ha definitivamente mostrato al mondo intero il livello di pervasività della struttura per la raccolta dei dati messa in piedi da Facebook. Il social network, mentre ci garantisce la cura algoritmica delle nostre bacheche, continua costantemente a raccogliere dati sulle nostre attività e preferenze.

Questa rete di sorveglianza si estende a tutti i siti web che, cercando di ottenere guadagni dalle inserzioni pubblicitarie, permettono agli inserzionisti di tracciare ogni nostra attività online.

I titani della Silicon Valley hanno centralizzato il controllo dell’informazione.

L’idea originaria del web, inteso come spazio decentralizzato in cui le informazioni possono viaggiare liberamente, sembra definitivamente tramontata. I titani della Silicon Valley hanno centralizzato il controllo dell’informazione.

In occasione della conferenza internazionale State of the Net, che si è svolta a Trieste il 14 e 15 giugno scorsi, in cui esperti di internet si sono ritrovati per parlare dello stato di salute della rete, abbiamo avuto l’opportunità di discutere con Hossein Derakhshan, collaboratore presso la Harvard Kennedy School’s Shorenstein Center e ricercatore associato al MIT Media Lab, riguardo la trasformazione che internet sta attraversando.

MOTHERBOARD: Qual è stata la tua reazione allo scandalo di Cambridge Analitica? Qual è la portata di questo scandalo?

Hossein Derakhshan: Ad essere onesti, credo sia stato molto meno importante di come l’hanno dipinto i media perché credo non fosse nulla di sconvolgente o radicalmente inaspettato. Tutte le aziende che offrono servizi su internet lo hanno fatto in questi anni: hanno condiviso le informazioni personali degli utenti con terze parti, alcuni nel rispetto dei termini di servizio accettati dagli utenti, altri, forse, illegalmente. Da un punto di vista etico, non è stato nulla di nuovo e lo stesso vale dal punto di vista legale. Ma politicamente credo sia stata una novità, dal momento che alcune persone ora credono che Facebook abbia effettivamente pesato sui risultati delle elezioni americane. E per colpa di questo approccio americo-centrico, ora pensiamo che questo sia il problema centrale quando in realtà, già in passato, ci sono stati casi di influenza in altri sistemi politici in altre parti del mondo, ma nessuno ne parla.

Quindi, credo ci sia chiaramente un’esagerazione riguardo la novità, l’impatto e il significato di questo caso.

“Questi algoritmi tendono a relegarci nella nostra sfera di comfort riducendo la discussione. E questo va contro il significato di democrazia.”

Durante la primavera araba i social media erano visti come una forza per il bene ma ora ci troviamo nel punto diametralmente opposto in cui crediamo siano una minaccia. Stiamo assistendo ad un cambiamento nella percezione dei social media, ma come siamo finiti a questo punto?

Una parte di questo trend è legato ai media americani ma un’altra parte è effettivamente collegata ad un cambiamento che abbiamo osservato negli scorsi anni: si è passati da un certo tipo di spazio decentralizzato e non-lineare che veniva utilizzato per le discussioni pubbliche — e che ancora non era molto regolato dagli algoritmi — a uno in cui questi algoritmi controllano ogni aspetto delle nostre vite. E come risultato, quindi, sono diventati uno spazio poco adatto alle discussioni pubbliche e al confronto. Questi algoritmi tendono a relegarci nella nostra sfera di comfort riducendo la discussione. E questo va contro il significato di democrazia.

Da qui, quindi, la tua idea di offrire la possibilità ad ogni utente di scegliere il proprio algoritmo?

Sì questa è la mia idea radicale. Dovrebbe esserci una legge che sancisce la separazione fra l’hardware e il sistema operativo — che in questo caso vuol dire dividere le piattaforme dall’algoritmo perché effettivamente gli algoritmi funzionano in modi simili al sistema operativo. Se le piattaforme sono obbligate a concedere l’utilizzo di algoritmi prodotti da terze parti sarebbe un buon inizio per risolvere molti dei nostri problemi.

Leggi l’articolo originale Cosa resta di Internet dopo lo scandalo di Cambridge Analytica?

Fonte: Motherboard.vice.com | di Riccardo Coluccini

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