Amazon Echo, quanto tutela la privacy degli utenti in caso di indagini?

Un giudice ha stabilito che le autorità del New Hampshire, che indagano sulle morti da arma da taglio di due donne, possono esaminare le registrazioni fatte, con l’assistente vocale Alexa dello speaker intelligente Amazon Echo, da Timothy Verrill, il 34enne, accusato di omicidio sia della morte della 48enne Christine Sullivan e della 32enne Jenna Pellegrini.

I cadaveri delle due donne sono stati trovati nel cortile della casa di Sullivan, il 29 gennaio 2017. Verrill è accusato del doppio omicidio, ma si è dichiarato innocente.

Gli inquirenti credono che nel cloud dell’Echo, numero ID FCC ZWJ-0823, utilizzato dal 27 gennaio al 29 gennaio 2017, ci sia “la pistola fumante”, la prova schiacciante. La registrazione audio della strage. Inoltre il tribunale ha anche ordinato ad Amazon di fornire qualsiasi informazione che identifica i dispositivi cellulari configurati con lo speaker intelligente nello stesso periodo.

Qual è stata l’immediata reazione di Amazon alla decisione del giudice? Un portavoce ha dichiarato all’Associated Press che non rilascia le registrazioni “senza una valida e vincolante richiesta legale presentataci formalmente”.

In questi casi deve prevalere la privacy degli utenti o il diritto alla sicurezza?
In attesa di vedere come andrà a finire, questo caso ci ricorda quello scaturito dopo la strage di San Bernardino. Apple ha detto no all’Fbi, si è rifiutata di creare un nuovo software per consentire agli inquirenti di sbloccare l’iPhone di uno degli attentatori. Niente da fare, ha detto in sostanza Tim Cook,creare una “blackdoor” per sbloccare il singolo iPhone di Farook, renderebbe vulnerabili tutti gli altri iPhone del mondo. Dopo il rifiuto di Apple di ottemperare alla richiesta, l’FBI è riuscita nell’intento, pagando 900mila dollari a un’azienda israeliana che vende soluzioni per lo sblocco dei cellulari alle forze di polizia di tutto il mondo.

Come nel 2015 l’iPhone era il dispositivo cult, ora gli speaker intelligenti sono il trend del momento, hanno rubato la scena anche agli ultimi modelli di smartphone (quest’anno sono stimati 56,3 milioni di speaker intelligenti venduti in tutto il mondo) , e la domanda da porsi è la stessa: in questi casi deve prevalere la privacy degli utenti o il diritto alla sicurezza?

Il No di Apple è stato un’efficace strategia di comunicazione e di marketing a livello globale, il messaggio davvero veicolato è che la società non fornisce i dati dei suoi utenti a nessuna autorità governativa, nemmeno all’FBI.

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Invece, Amazon non ha risposto subito picche, si è dimostrata collaborativa ma chiede un mandato dettagliato e specifico. Come per dire qualora dovessimo fornire la registrazione lo faremmo solo per motivi ben precisi e solo in determinati casi, come la caccia a killer.

Al di là della vicenda giudiziaria, scatta subito un allarme privacy legato anche agli speaker intelligenti. Amazon non ha risposto, per esempio, “non possiamo fornire la registrazione perché non memorizziamo questi tipi di dati nel nostro cloud”. Ha l’audio, quindi.

Ha anche le registrazioni di tutti gli utenti che utilizzano in casa gli speaker della società?

E tutti i consumatori che a Natale hanno voglia di mettere sotto l’albero l’oggetto hi-tech del momento, gli speaker intelligenti, lo sanno?

Per quanto riguarda HomePod, Apple ha dichiarato che “solo dopo che ‘Ehi Siri’ verrà riconosciuto localmente sul dispositivo, le informazioni saranno inviate ai server Apple, crittografate e tramite un identificatore Siri anonimo”.

Sicurezza e privacy sono aspetti fondamentali che tutte le aziende devono garantire a chi acquista assistenti audio e video digitali. In teoria…

Fonte: key4biz.it | di Luigi Garofalo

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