5 modi per migliorare la data protection dell’Internet of Things

La tutela della privacy in ambito IoT è ben lungi dall’essere per quanto possibile garantita. Ecco alcuni accorgimenti per i produttori.

Las Vegas — L’Internet of Things fa parte del nostro quotidiano. I dispositivi connessi entrano nelle nostre automobili, nelle nostre case, negli alberghi, negli uffici. Persino negli aeroporti e negli ospedali. Immaginare uno scenario in cui dei malintenzionati possono tenere in scacco strutture sensibili non rientra nella fantascienza. Tuttavia occorre diffondere prima di ogni altra cosa la cultura necessaria a raffinare i palati di costruttori, architetti hardware e software, venditori e utenti finali.

Accorgimenti, norme, regole, ma anche definizioni. Ribattezzare su vasta scala l’Internet of Things (IoT) in Internet of Everything (IoE) può essere utile. Diffondere in termini reali il fatto che, in definitiva, quando usiamo dispositivi interconnessi in realtà gli “oggetti connessi” siamo noi stessi, può corrispondere con una maggiore sensibilità ai temi della sicurezza e della privacy, del resto i dati raccolti tramite i nostri dispositivi e in seguito elaborati e conservati su server remoti, riguardano la nostra sfera privata.

L’assenza di regole è un tema che da anni viene discusso a ogni latitudine. Per citare alcuni esempi lo ha rilanciato in Italia il Garante per la privacy a fine aprile del 2015 e, a settembre dello stesso anno, l’Fbi ha cominciato a diramare bollettini di sensibilizzazione. A dare ulteriore spessore al problema è intervenuta anche l’azienda di analisi e consulenza Gartner, sempre nel 2015, con una frase che fa riflettere: “l’IoT ridisegna il concetto di sicurezza ampliandone i campi di applicazione e aggiungendo responsabilità che derivano dalle nuove piattaforme, dai nuovi servizi e dalle strategie future. Le imprese devono rimodellare i propri reparti IT e la sicurezza informatica”. 

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Fonte: Wired.it | di Giuditta Mosca

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